Ariel Sharon: la pace dentro alla guerra

sharon-03Muore Sharon, e in Israele sono solo più lacrime – mentre il resto del Medio Oriente esulta sulle spoglie del nemico più temibile. Con una delle personalità più influenti della storia di Israele se ne va – come fu per Yasser Arafat – un pezzo di coscienza storica del Novecento.

Generale di brigata nella Guerra di Suez del 1956 e poi generale di divisione nella Guerra dei Sei Giorni (1967) e nel conflitto dello Yom Kippur del 1973, prima di smettere l’uniforme militare e di aderire al partito di destra Likud – con il quale ha ricoperto incarichi ministeriali fino a raggiungere la carica di primo ministro nel 2001.

Nel mezzo, tutti i contrasti sociali e politici che hanno travagliato il Medio Oriente dopo il 1948: la difesa della credibilità israeliana a livello locale e mondiale, il richiamo all’unione sotto la bandiera della tradizione ebraica e (naturalmente) il conflitto a viso aperto con il nemico palestinese. Qui le memorie dell’uomo di Stato si mescolano al bilancio, impietoso, delle uccisioni ordinate dal “bulldozer” di Kfar Malal: a Qibya aleggiano ancora i fantasmi dei 69 morti palestinesi, passati nel 1953 sotto la lama dei soldati di Sharon per vendicare l’uccisione di una donna israeliana e dei suoi due figli da parte di rifugiati infiltrati da Est. E ancora il massacro dei campi profughi di Sabra e Shatila, nel triangolo geografico e diplomatico composto ad inizio anni ’80 da Israele, Libano e Palestina, dove i falangisti cristiani (con la complicità indiretta di Israele, come dimostrò una commissione internazionale) uccisero centinaia di palestinesi disarmati. All’epoca si parlò di violazione di patti internazionali, le Nazioni Unite votarono a maggioranza la definizione di “genocidio“: Sharon, allora ministro della Difesa, non ricevette condanne giudiziarie ma fu comunque costretto alle dimissioni.

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Sharon contestato sulla Striscia di Gaza

Ma la stella politica di Ariel (soprannominato Arik, il leone) ha brillato più a lungo delle esplosioni dei mortai sui campi di guerra.

Spesso, le due luci si sono unite in un faro accecante di interessi contrapposti e di spirali di violenza, sotto l’ombra di simboli da difendere anche a costo della vita: a Gerusalemme nessuno ha dimenticato la “passeggiata” di Sharon sulla Spianata delle Moschee – in pieno territorio palestinese – che consegnò 4000 combattenti alle profondità della terra più contesa, durante il conseguente scoppio della Seconda Intifada (nel 2000). Come cardine vivente del sogno statalista e nazionalista israeliano, Sharon ha incarnato la complessità di un popolo in conflitto servendosi del pragmatismo di chi cerca – prima di tutto – di salvaguardare la propria sopravvivenza.

Ed è con lo stesso spirito pragmatico che si possono leggere gli ultimi fatti della vita attiva di Sharon, come presagio di un futuro che avrebbe potuto svelare una sorpresa storica: con la nascita del partito di centro Kadima, nel 2005, Sharon stava preparando il ritiro delle colonie israeliane dalla Striscia di Gaza e stava coordinando un più ampio rientro di Israele dentro a confini geografici certi e difendibili. Insomma, una vera retromarcia rispetto alla strategia aggressiva appresa alla scuola militare e perseguita con fiducia dalla dirigenza di Liduk, secondo la quale l’attacco sarebbe sempre stata la miglior difesa.

Ma perchè cambiare idea? È questione di cifre: secondo gli specialisti di demografia (consultati da Sharon al crepuscolo della sua attività di governo), sarebbe stato impossibile proseguire il conflitto contro quelle forze che si sarebbero progressivamente mostrate maggiori nel numero rispetto ai difensori designati della Terra Promessa. Meglio tornare sulle proprie posizioni e non ostacolare, ad esempio, l’inevitabile nascita di uno Stato palestinese. Sotto alla cravatta del premier continuava a battere un cuore da generale: perdere la battaglia, per non perdere la guerra.

La controversa scultura di Braslavsky, raffigurante Sharon nel letto di ospedale

Una controversa scultura di Braslavsky, raffigurante Sharon nel letto di ospedale

Anche le singole battaglie, però, possono rivelarsi decisive. Sopratutto quelle contro il tempo e la malattia: là dove non hanno potuto i nemici, è riuscita l’emorragia cerebrale – che nel 2006 l’ha condotto al coma, fino al giorno della morte.

È proprio durante questo silenzio di otto anni, anticipato dalle aperture verso un Israele più centrato sulla costruzione di una propria stabile identità e promotore di una possibile politica di coesistenza con gli avversari confinanti, a gettare un ulteriore velo di dubbio sulla figura di quel che Sharon è stato e di quel che invece avrebbe potuto essere.

Le lacrime di oggi, in Israele, hanno il sapore dell’atto mancato, del rimpianto a cui si preferirebbe (come insegna l’adagio) l’eventuale rimorso. Perchè se il “falco” Sharon avesse potuto deporre le armi in vita, inseguendo l’interesse esclusivo di Israele con l’astuzia del Gattopardo, probabilmente avremmo parlato di un semplice armistizio. Eppure anche i contraccolpi indiretti di una spietata realpolitik, perfino gli effetti collaterali della ragion di Stato, quando le colpe originarie del conflitto si smarriscono sotto al dolore e al sangue di intere popolazioni, sarebbero sembrati avvisaglie di una pace in cui tornare a credere.

Matteo Monaco
@MatteoMonaco77
@twitTagli

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