Ritorna il Winner Taco: quando marketing e simbolismo fanno amicizia

L’altra notte un gelato è ricomparso a Roma (semicit.). Dopo anni di martellamento e ancora di più di astinenza, la Algida (storico marchio italiano da tempo di proprietà del colosso multinazionale Unilever) ha finalmente ceduto: il Winner Taco, fuori produzione da 15 anni, rientrerà nei tabelloni metallici dei bar (per tacere dei banchi frigo dei supermercati).

Il Winner Taco gigante comparso ieri a Roma

Il Winner Taco gigante comparso ieri a Roma

Una notizia ampiamente marginale, non fosse per la sua genesi. Il Winner Taco era (e goduriosamente: sará!) un gelato piccolo ma caratteristico. Nulla a che vedere con la sovrabbondanza del Magnum o con l’istituzionalitá del Cornetto: il Taco faceva dell’originalità la sua forza, con la anticonvenzionale forma a spicchio ed il ripieno di panna e caramello. Soprattutto aveva il sapore di anni ’90, e non si pensi a chissà quale intruglio nella ricetta.

ridateci il winner taco titanicCapita infatti che nell’immaginario collettivo (e Dio solo sa la sua potenza) un prodotto si imponga a icasticizzare un periodo: il Winner Taco andava a braccetto con le Crystal Balls, Bim Bum Bam e i due film di Sister Act, ed aveva una presa nel pubblico molto più profonda di quanto gli stessi industriali potessero immaginare. Fatto sta che quando venne segato via da qualunque commercio il fastidio fu assolutamente tangibile: ci provarono maldestri imitatori a fiondarsi in quella nicchia di mercato, ma non ci fu verso. Un simbolo è tale finché mantiene fede a se stesso, e dunque le sottomarche e le repliche lasciarono il tempo che trovarono. Poi, la mossa definitiva: il bombardamento.

Prima o poi qualche sociologo ci spiegherà cosa diavolo siamo diventati (lo so, di analisi sul potere dei Social ne vengono sfornate allo sfinimento, ma è tutto inutile: non serve aver studiato le pulci di Heidegger per sapere che i primi a vederci chiaro qualcosa nasceranno tra cinquant’anni, sempre che a quel punto di Zuckenberg freghi ancora qualcosa a qualcuno). Non esistiamo se non manifestiamo, pare: ed i revanscisti del Winner Taco hanno manifestato eccome, una pentolata che nemmeno i tifosi del Barcellona prima della semifinale con l’Inter (correva l’anno 2010).

Giornata Internazionale contro il femminicidio. Ok. Stop alla violenza sulle donne. Ok. Ora non c’entra niente. Noi non vorremmo essere insistenti. Anzi si. Ridateci il Winner Taco!

Giornata Internazionale contro il femminicidio. Ok. Stop alla violenza sulle donne. Ok.
Ora non c’entra niente. Noi non vorremmo essere insistenti. Anzi si. Ridateci il Winner Taco!

Ma a loro è andata meglio che ai catalani: hanno messo su una implacabile fan-page su Facebook, Ridateci il Winner Taco, in cui negli anni si sono radunati circa 9.000 adepti (incluso chi scrive). In più, hanno iniziato a massacrare con zelo leninista e grandioso gusto per la parodia la pagina Facebook ufficiale di Algida(4,6 milioni di fan).

La minoranza rumorosissima ha avuto ragione di una massa inerte (e chi vuole vederci parallelismi politici, si accomodi): non c’era post, immagine, campagna pubblicitaria imbastita dal social media manager di Algida – un uomo, almeno nei primi tempi, sull’orlo di un esaurimento nervoso – che non venisse inondata di gustose provocazioni. Un esempio?

Pagina Algida: “Un morso al gelato o uno al cioccolato: quale parte del Magnum preferisci?”

  • LM: “La parte che sa di winner taco…”
  • MG: “Anch’io voglio solo il winner taco!!!!”
  • GS: “voglio solo winner taco”
  • VL: “Il magnum taco”
  • PD: “trovo che la parte migliore sia il winner taco”
  • GR: “IL WINNER TACO!”
  • FA: “quella al sapor di winner taco”.
  • EGC: “Preferisco il winner taco”
  • PLF: “Il Winner Taco”.
  • ASM: “quella cn il winner tacoooo”
  • LS: “da quando non c’è più il Winner Taco vado in giro mordendo l’aria ad occhi chiusi sperando di addentarne uno nei miei sogni…”

[ottobre 2013]

Così ogni santo giorno, su ogni post. Controllare per credere. Tanto da far tornare finalmente l’azienda sui suoi passi: ieri mattina è comparso un gigantesco Winner Taco di plastica nel giardino nei pressi del Ponte Milvio, a Roma. Contestualmente la pagina ufficiale di Algida ha intensificato gli indizi, passando dalla diffusione di post ambigui (“Chi vince tra Solero e Cornetto?”, per stuzzicare il popolo dei contestatori e far loro rispondere “Il Winner Taco”) al progressivo disvelamento della notizia, tra estatiche esclamazioni di giubilo dei pasionari e condivisioni compulsive delle foto in questione.

ridateci il winner taco michelangelo adamo cappella sistina

La storiella sarà studiata a fondo nei migliori corsi di marketing: non tanto per il passo falso di tanti anni fa, quanto per la gestione del “malcontento” da parte dell’azienda.
Che sia stata scientemente spericolata o semplicemente assistita da una grandiosa botta di fortuna, non è dato sapere. In ogni caso, Algida è riuscita:

  1. a far parlare di sé in toni civili ed anzi divertenti nel periodo in cui veniva criticata;
  2. a non far scadere nel becero la protesta, anzi mantenendola gradevole;
  3. a creare dal nulla un bisogno di mercato;
  4. a gestire la crescita dell’aspettativa senza perderne il controllo;
  5. a dare un annuncio che i suoi clienti attendevano da tempo;
  6. ad accreditarsi come “grande azienda che ascolta le richieste della clientela”.
"Indossava dolcevita solo per avere sempre la gola calda e pronta alla deglutizione del Winner Taco".

“Indossava dolcevita solo per avere sempre la gola calda e pronta alla deglutizione del Winner Taco”.

A livello di immagine, un colpo gobbo.

Verosimilmente, le prime scorte di Winner Taco verranno polverizzate nel giro di nulla, e prepariamoci a vedere le nostre home facebookiane invase da gente che si fa fotografare mentre addenta voluttuosa lo sfizioso gelato (nel remoto caso che non l’aveste avuta da soli, vi ho appena dato gratis un’idea, cari i miei creativi). Resta da vedere se, esaurita l’ondata, il prodotto avrà senso di esistere sul medio-lungo periodo (e se sì, perché). È vero, il Winner Taco è stato oggetto di una pubblicità grandiosa e a costo zero (o quasi: nulla mi toglie dalla testa che qualche cervellone del marketing sia a un certo punto intervenuto dietro adeguato compenso), ma l’investimento potrebbe essere azzardato: concludendo come abbiamo iniziato (con una parafrasi) il rischio è quello delle piazze piene e gelaterie vuote.

Umberto Mangiardi
@UMangiardi

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