9 dicembre 2013: la rivoluzione che non c’è

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Cosa serve per fare una rivoluzione? Secondo Woody Allen, serve qualcosa contro cui opporsi e qualcuno che la faccia – la rivoluzione. Un calcio all’ironia e dentro tutti: per Luca Chiavegato, Danilo Calvati e Mariano Ferro – leader di quella che è stata definita come la “rivoluzione del 9 dicembre” – la questione perde tutto il brio delle battute del cinema e si getta nella sanguinosa battaglia per la sopravvivenza quotidiana. Cosa si prospetta, quindi, per il giorno dopo l’Immacolata? Qual è l’iniziativa, e chi sono i promotori?

9-dicembreOggi, secondo le intenzioni degli organizzatori, l’intero Paese dovrebbe conoscere il dramma del #bloccototale. Come annunciato dalle campagne su Twitter e Facebook (giunte a più di trentamila sostenitori), il primo giorno della settimana tutti i negozi e i servizi di trasporto della penisola dovrebbero fermarsi completamente, per dare un segnale ineludibile di protesta nei confronti del governo delle “mani in tasca”. Più che ad un normale sciopero, il modus operandi della rivolta ricorda quello del movimento dei Forconi – nato in Sicilia e ampiamente pubblicizzato dalle interminabili dirette video dalla “piazza” (chi ha detto Santoro?), nel pieno dell’ansia pre-elettorale.

E infatti Mariano Ferro, ex esponente MPA e membro della triade presentata in apertura, è stato proprio il primo sostenitore di tale movimento di piazza – concluso in un controverso nulla di fatto, e circondato da grandi proteste di rimando per i disagi arrecati all’isola.

Spostandosi verso nord, nel centro Italia, si entra nel regno di Danilo Calvani, il “contadino” di Latina fondatore di Dignità Sociale, formazione para-politica attiva contro il signoraggio bancario e nel restauro della sovranità nazionale.

Quanto a Luca Chiavegato, “prima tessera” di LIFE (movimento di imprenditori filo-europeisti presentati dall’eloquente slogan di “Basta Italia, basta Lega, basta tasse”), si arriva finalmente in Veneto, culla della protesta popolare nel Nord Italia.

Le richieste dei tre soggetti, riuniti nel coordinamento nazionale del 9 dicembre (vedi link), sono semplici: dire basta a un governo (“regime”?) che sta piagando la società civile con l’inefficienza e  l’indifferenza istituzionale, mentre gli italiani non riescono ad arrivare a fine mese. Per questo – continuano i promotori – è necessaria una rivolta di piazza estesa, che recuperi il sentimento di unità popolare che da troppo tempo è colpito dalle malefatte del sistema.

I media tradizionali non sembrano entrare nel merito, escluso qualche riferimento a possibili infiltrazioni neofasciste all’interno dell’eterogeneo movimento organizzatore. La piccata risposta di Calvani, che esclude ogni contatto con Forza Nuova e con Roberto Fiore, però, non stupisce. Perché – al di là della “forza della massa” ostentata dal coordinamento nazionale – questa rivoluzione post-presepe non propone niente di nuovo: tanto grillismo anti-sistema e anti-partitico, una strizzata d’occhio all’epica narrativa dei grandi movimenti popolari e la forza del tam-tam sembrano gli unici punti di forza di una rabbia sociale che non vede alternative alla manifestazione.

Il volantino dell'ANPI Torino che prende le distanze dalla manifestazione (clicca per ingrandire)

Il volantino dell’ANPI Torino che prende le distanze dalla manifestazione (clicca per ingrandire)

Rinunciando alla politica per richiamarsi a un incolore “buon senso”, per distinguersi dalle impurità parlamentari – e quindi privi di un programma di proposte concrete – i nuovi Forconi sembrano costituire un problema di ordine pubblico più che un serio impianto collettivo di decisioni dal basso. Ci sbaglieremo, ma finora è il destino di tutti gli #occupy: la politica serve a prendere decisioni, e un movimento senza decisioni non porta la rivoluzione fino al weekend.

Matteo Monaco
@MatteoMonaco77

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