Lou Reed, facebook, il commiato globale e la nostra storia in una chiacchiera

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Il caso di Lou Reed può essere oggetto di studio per capire l’evoluzione della reazione popolare in rapporto al progresso dei mezzi di comunicazione. Tradotto? Come reagisce il mondo dinnanzi a una morte famosa.

Possiamo immaginare, come confronto diretto, quanto avvenuto con la morte di Kurt Cobain: nel 1994, ancora lontani dall’Internet democratica del nostro decennio, gli strumenti di comunicazione di massa si limitavano a televisione, giornali, riviste e radio. Il messaggio fornito si presentava quindi come comunicazione ufficiale, mediata dall’istituto professionistico del giornalismo sotto l’aspetto di una cronaca formale – per quanto le notizie infondate e gli slanci al sentimentalismo siano protagonisti di ogni epoca.

Kurt CobainIl cordoglio della massa era limitato ai circoli della musica live, all’invio di lettere e alle comunicazioni private/informali in gruppo.
Un’enorme distanza, quindi, segnava la versione istituzionale del dolore da quella privata (e quindi silenziosa) della maggioranza della popolazione.

Il giorno della morte di Lou Reed, invece, il mondo si alza dal letto con un ventennio di tecnologia in più. E allora, già durante la mattina di domenica 27 ottobre, inizia a circolare online un numero imprecisato di conferme e di smentite sulla morte dell’artista statunitense. Fino a giungere al tardo pomeriggio, con l’ufficialità della notizia garantita dalle testate internazionali. Il microcosmo del social network – così lontano per ideologia e costume dal vecchio telefono e dalla chiacchierata al bar – può così rivelare una volta di più la potenza comunicativa che già riveste nella formazione della conoscenza condivisa.

In poche ore, il 99% di quanto reso pubblico intorno alla figura di Lou Reed porta la firma di persone comuni, unite dal network sociale in una piazza virtuale su cui condividere foto, video e battute, ma anche poesie e racconti di vita vissuta. Ci si trova, insomma, a parlare della morte di un’icona senza tempo su un mezzo che (a sua volta) privilegia il messaggio one-shot, il like virale, il tempo vissuto come “moda” rispetto all’accumulo di memorie dettato dalla carta stampata, dai video di repertorio della tv e dal racconto informale.

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Ci si trova davanti ad un’esplosione incontrollabile dell’informazione, monopolizzata da un solo evento su tutte le onde di frequenza. Dalle celebrità incollate allo smartphone fino ai primitivi virtuali, si parla soltanto di Lou Reed: c’è chi si commuove, chi chiama a raccolta gli amici, chi si pone al di sopra della questione, perfino chi afferma di odiare i “social funerals” e poi firma più post di chi si prende sul serio.

Quali sono le conseguenze? In primo luogo, come anticipato, la qualità e la quantità dell’informazione hanno subito un’inversione radicale rispetto al 1994, data di riferimento nella prima analisi. In rapporto all’enorme mole di dati a disposizione,

  1. non possiamo più giurare sull’attendibilità della maggior parte delle fonti che abbiamo consultato e, forse…
  2. nemmeno fidarci della sincerità dei sentimenti (supposti privati) condivisi pubblicamente sotto l’occhio dei curiosi.

D’altro canto, esiste una questione che va al di là della (pur Lou_Reed_HS_Yearbookfondamentale) credibilità della comunicazione: è la sua completa estensione a tutte le fasce della popolazione a renderla così enormemente pervicace, invasiva – e insopportabile.

Perché il punto, all’interno di questa riflessione, non è di giudicare cosa sia degno di essere pubblicato e cosa andrebbe tenuto per sé. È invece la natura “ad ondate” del mezzo comunicativo ad essere posta in dubbio, nella forma di un’espansione di informazioni che ricorda quella di una bolla di sapone gonfiata al suo estremo.

Tanto, tutto, troppo: la bolla esplode, e cosa rimane? Oltre i 140 caratteri della commozione e agli hashtag dei finti indifferenti, anche gli appassionati più sinceri non vedono l’ora che si smetta di parlarne.

Viene da pensare allo scandalo dello spionaggio massivo su e-mail e reti sociali – interi palazzi di spie, addestrate a frugare nelle piccole vergogne dei messaggi privati – e fa capolino la delusione: che la chiacchiera sia davvero diventata la nostra storia?

Matteo Monaco

 @twitTagli

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