One, two, three! Tre nuovi dischi da non perdere: Sigur Ròs, These New Puritans, A Singer of Songs

Tra piacevoli debutti e conferme, artisti affermati e rivelazioni, periodicamente Tagli selezionerà per voi tre nuovi dischi che non potete perdervi. Lontani dal mainstream e senza barriere di genere, tra rock ed elettronica, post-rock e folk, modern classical e indie-pop, heavy metal e cantautorato.

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Sigur Ròs – Kveikur

Sono tornati. Questo il primo pensiero all’ascolto del nuovo album dei Sigur Ròs. Per lo più deluso dalle ultime due uscite, Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust (2008) e Valtari (2012), ho trovato Kveikur sorprendentemente ispirato tanto sul piano compositivo, quanto su quello stilistico. Qui rintracciamo intatti gli stilemi dei primi lavori della band islandese che tra fine anni Novanta e inizio Duemila aveva stupito il mondo: la melodia e la dolcezza, la voce di Jonsi capace di evocare freddi paesaggi nordici, la propensione post-rock a comporre pezzi che non intendono pagare necessariamente dazio alla forma-canzone, ma che rimangono tuttavia ancorati a una certa accessibilità. Ma tutto ciò, in questo lavoro, si arricchisce di qualcosa di nuovo per i Sigur Ròs: è questo infatti certamente il loro disco dall’attitudine più rock e pesante. Non mancano le venature industrial (Brennisteinn), gli squarci di pura elettronica (Yfirbord), gli episodi dall’atmosfera sognante tipica della band (Stormur e Rafstraumur), i momenti più oscuri e inquietanti (Kveikur) e quelli più malinconici (Var). Magari non saremo al livello dei giustamente osannati Ágætis Byrjun (1999) e () (2002), ma Kveikur può essere annoverato certamente tra i migliori lavori dei Sigur Ròs.

La perla del disco: Brennisteinn

These New Puritans – Field of Reeds

Diciamolo subito: questo non è un disco per tutti. Con Field of Reeds i londinesi These New Puritans, guidati dai gemelli Jack (voce) e George (batteria e percussioni) Barnett arrivano alla terza prova della loro breve carriera e lo fanno ancora una volta spiazzando e soprattutto sperimentando. A mio parere siamo di fronte a un capolavoro che necessita di un ascolto attento e paziente perché possa rivelarsi in tutta la propria profondità e complessità (tra l’altro, avremo modo di ascoltarli live tra qualche settimana al Traffic di Torino). Siamo decisamente lontani dall’attitudine post-punk del primo disco della band. Qui i tempi sono dilatati e il sound si fonda per lo più sulle timbriche acustiche del pianoforte, degli archi e dei fiati, sebbene non manchino gli inserti di synth e di cori gregoriani; la batteria interviene soltanto in pochi sparuti episodi, mentre la voce di Jack Barnett non acquisisce un ruolo preminente, comportandosi al contrario come un semplice strumento. Le melodie non sono affatto immediate, ma decisamente imprevedibili e ricercate. Insomma, non c’è traccia di sonorità rock e non si può certo parlare di forma-canzone. Siamo di fronte a lunghe composizioni in bilico tra attitudine jazz e musica classica contemporanea. Tutto ciò rende le oscure e misteriose atmosfere di Field of Reeds non lontane da certi episodi di dischi seminali quali Rock Bottom di Robert Wyatt o Laughing Stock dei Talk Talk. Un disco per pochi, ma sicuramente, per chi scrive, fra le migliori uscite del 2013.

La perla del disco: Fragment Two

A Singer of Songs – There Is A Home For You

Immaginate di mettervi in auto, on the road, per intraprendere un lungo viaggio. Inserite questo disco e lasciatevi cullare dalle melodie modulate dalla voce splendida del troppo modesto Lieven Scheerlinck, che ama definirsi semplicemente un “cantante di canzoni”. Con questo disco l’artista sforna però dieci gemme preziose, in bilico tra malinconia e spensieratezza: un sound perfetto per consentire all’ascoltatore di lasciarsi alle spalle i problemi e gli affanni della vita di tutti giorni o, al contrario, per riflettere a lungo e mettere a fuoco nuovi progetti e nuove mète da raggiungere. Un disco semplice, all’insegna della delicatezza e dell’eleganza, con un songrwriting decisamente ispirato, un drumming ridotto all’osso e onnipresenti chitarre acustiche che solo raramente lasciano il posto a qualche accelerazione elettrica. Un album caldo e intimista, per fare il punto della situazione della propria vita in queste tranquille giornate d’estate.

La perla del disco: One Night

Giuseppe Sciara

@twitTagli

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