Di meteoropatie e sogni lucidi – una fantasticheria

Nuvole

Me ne vado per il prato di un giardino pubblico. Un giorno come un altro. Ha piovuto molto oggi ma ora, nel cuore del pomeriggio, il cielo si è aperto. Un sole generoso e ristoratore si è fatto largo e cerca di asciugare dove può. Ogni tanto soffia del vento, gradevole al sole e fastidioso all’ombra.

Ci avviamo verso giugno attraverso uno dei maggi più strani di sempre. A tratti ha rasentato il clima folle e alterno di marzo, a tratti ci ha proiettati addirittura in atmosfere quasi autunnali. Il sole e il calore sono stati fugaci assaggi in tutto questo. Me ne vado per il prato e cerco di goderne, relativamente rilassato. Guardo in alto. Le nuvole sono tante e spumose, candide o sudice di pioggia. Stracci di celeste squarciano il cielo. Il sole cerca di essere timidamente offuscato di quando in quando, ma finisce sempre col riuscire a imporsi. Mentre mi sdraio sento l’umidità del terreno e dell’erba attecchire ai vestiti, lo avverto particolarmente sulla schiena e sulle braccia.

La luce, momentaneamente soffocata, non riesce a diffondersi e a intensificarsi. Un brivido mi assale. Non è uno scatto, anzi è discreto. Avanza lento mentre un soffio di vento fa drizzare l’epidermide. Il brivido sta per pervadermi quando i raggi di sole ritrovano la loro libertà. Lentamente si vede e si avverte. I colori del paesaggio mutano, i recettori della pelle si predispongono ad accogliere il calore. Quel brivido antipatico si arresta, svanendo. Cerco di sfidare la luce del sole per capire se ci sono nuvole nelle vicinanze che possano rompere l’idillio. Constatato che dovrei poter godere del calore almeno per un buon periodo di tempo, mi abbandono con confidenza al torpore.

PrimaveraMi lascio cullare da un motivo che ho in testa. Guardo in alto e ti intuisco. Ti intuisco tra le metamorfosi bizzarre delle nuvole. Il movimento dei tuoi capelli e il tuo sorriso solare potrebbero far eclissare il sole stesso. Dolcemente del vento si insinua tra i miei capi di abbigliamento. Col trionfo del calore è quasi un piacere, ma pochi istanti fa sarebbe stata pura tortura. Continuo a inseguirti come in una fuga momentanea e favolistica attraverso l’etere.

Come in una danza popolare dolce e ritmata, con corde pizzicate da abili mani e una linea ritmica esatta e lineare. Ci tengo a precisare che non è una proiezione fatta a occhi chiusi. Tutt’altro. Come nel mio quotidiano, sei un sogno lucido. Dannatamente lucido. Talmente lucido che quando ti sogno la notte avverto chiare e distinte percezioni che muoiono al risveglio, trafitte dalla luce del mattino. Quella che penetra spietata gli occhi non appena si aprono e sono investiti dai dintorni familiari della camera. La piccola questione è che, nel mio quotidiano, mi capita di incontrarti per davvero.

Mentre trascino la mia esistenza attraverso luoghi e abitudini routinari, eccoti arrivare a irrompere nel quadro. Invasioni che ho imparato ad apprezzare. A desiderare. A ricercare. Forse anche ad amare. I toni di colore che ti trascini dietro si aggiungono, per momenti più o meno prolungati, riempiendo i vuoti tra le linee di bianco e nero dei miei frammenti di vissuti. E un aroma fatto di essenze ordinarie cui aggiungo componenti immaginarie mi pervade. Lo assaporo di soppiatto negli abbracci, cerco di conquistarne ogni minima particella sperando che mi si imprima addosso.

Ben sapendo che per via di questo i respiri della mia giornata si trasformeranno in sospiri, come nella più banale e romantica delle situazioni. Il mio salto attraverso realtà e mondi paralleli è ovviamente pieno di quelle sensazioni. Ho sviluppato una certa capacità di assimilazione e mi sono diventate talmente familiari che solo pensarle riesce in qualche maniera a informare i miei sensi. Il mio apparato percettivo non è altamente suggestionabile, ma questa è una valida eccezione.

CIeloPoi avverto un calo progressivo di luce. Una cortina di nubi abbastanza gonfie di livore piovoso sta attraversando il sole. Improvvisamente ripiombo in una situazione di irrigidimento che rompe il flusso di immagini e vissuti. Lo scivolarmi addosso del vento si fa dispettoso e pungente. Cerco di scaldarmi le braccia sfregandoci le mani senza considerare che le mie estremità tendono a restare più fredde del resto. Lo scatto del brivido stavolta è letale e mi fa schizzare su, da supino a seduto accovacciato.

Guardo in alto e colgo che il passaggio non sarà affatto lento e momentaneo, dunque mi predispongo a un improvvisato meccanismo di difesa dal freddo. I miei sensi, così brutalmente ricondotti al dato del reale, precipitano come in un turbine di tristezza. Affranto recupero una prospettiva più aderente alla datità. Mi rendo conto che manchi perché effettivamente manchi, brutale e crudele considerazione dettata dal nuovo contesto climatico.

Dannata meteoropatia. Lontana da me non solo fisicamente, lo sei anche a livello emozionale e di sentimenti. Il mio volo copre una distanza soggettiva che non può essere colmata in quanto la tua direzione di volo non permette l’incontro. O quanto meno non nei termini auspicati. In altre parole, anche se in questo momento tu fossi accanto a me saresti comunque distante e lontana. Riportare la mente al mondo reale è sempre in qualche modo tragico. Per cogliere con una doverosa dose di razionalità una cosa del genere poi! Avverto l’inclinarsi della mia testa, quasi un segno inconsapevole di sconfitta. Chiudo gli occhi e mi lascio avvolgere dal nero, ma li serro con violenza avvertendo come un flash. Il punto è che non capisco come sia possibile che la reazione non sia un pianto. Stando a De André dovrei aspettare almeno la pioggia per non essere da solo. E, data la mia propensione meteoropatica, non posso che concordare. Ma a volte ci vuole di essere soli.

Anche solo per sfogo, semplicemente per non lasciarsi opprimere dal gravare di sentimenti che si accatastano in maniera progressivamente crescente. Una mesta malinconia invece interviene e lascia lì quella formazione informe e dannosa che rischia in ogni momento di rovinarti addosso. E avverto come un dolce taglio nell’aria, simile a quello che descrive il suono di un violino. Come una freccia lanciata che si muove con eleganza e precisione. Arriva a colpirmi tra il collo e l’orecchio sinistro. Sarà l’ennesima freccia di quel burlone di un Cupido dalla pessima mira?

Sospiro. Un attimo. Intanto il sole si è rifatto coraggio aprendosi una strada per i suoi raggi. Riapro gli occhi e vivo un iniziale piccolo shock luminoso. Dietro di me, il manto erboso assomiglia a un letto disfatto. Penso che ci vorrebbe del whisky. Non per ubriacarmi o per estraniarmi, ma per accompagnare questa melanconia che si è fatta largo in me. E invece resta solo il suo sapore lievemente amaro in bocca, con un acuto retrogusto di rimpianto e note di pene d’amore che gli danno come un nota di affumicato. Guardo in alto.

Le tue immagini si rincorrono ancora lassù. E anche se so che mi fa male, ho voglia di risalire anch’io. Mi basta così poco per farmi del male e scelgo la via più breve. Mentre la luce torna progressivamente a diffondersi e a crescere di intensità, mi lascio andare piano piano al suolo. E mentre descrivo il breve tragitto che mi separa dal terreno, non senza vergogna faccio ripartire l’inseguimento di questa bellissima chimera. Avvolto da un sentimento di giocoso sconforto torno là, dove non c’è perdono per questo mio avventurarmi privo di criterio. Mi abbandono ben sapendo che niente può farmi realmente evadere e che comunque niente di tutto ciò muterà l’esistente. Con un sorriso che è un misto tra rassegnazione alla non corrispondenza e l’amore disinteressato e contemplativo, provo a raggiungerti almeno lassù.

Stasimo.

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doc. NEMO

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