Jorge Videla, 1925-2013: gli argentini di oggi raccontano la morte del dittatore

Il 17 maggio è morto Jorge Rafael Videla, l’ex dittatore argentino che prese il potere nel 1976 con un colpo di stato e guidò l’Argentina sotto regime militare fino al 1981. Aveva 87 anni e si trovava nel penitenziario di Marcos Paz, dove scontava l’ergastolo per crimini contro l’umanità. Durante la sua dittatura furono uccise 30.000 persone, la maggior parte desaparecidos: rapiti senza lasciar traccia, venivano detenuti in centri segreti, torturati e infine caricati sui voli della morte per essere gettati in mare o nel Rio de La Plata, spesso ancora vivi.

vid(el)a

Fosse necessaria una spiegazione: Videla, senza “Él” (cioè “senza di lui”) resta “vida” (la vita).

Fin qui, la storia. Ma cosa rappresenta Videla oggi? Abbiamo chiesto ad alcuni argentini cos’hanno provato quando hanno saputo la notizia e che cosa ricordano di quella pagina oscura della storia nazionale.

Daniela, 23 anni, studentessa di diritto di Tecumán, risponde: “Se mi chiedono riguardo la morte dell’ex generale Videla, posso riassumere i miei sentimenti in un’unica parola: sollievo. Ci sono ancora alcune persone che sono tristi per la sua morte, che ne condividono le idee, sono pochi, però sfortunatamente ci sono. Moltissimi altri sono veramente contenti del fatto che sia sparito da questa terra; ma ancora di più sono quelli che restano insoddisfatti di come sono andate le cose, anche dopo la sua caduta. A questi ultimi, ora che lui non c’è più, non resta che la sete di giustizia terrena, in una parte della Terra che nasconde un triste e oscuro passato e che sopportò di essere guidata da un simile assassino. Ma, tornando a me, credo che sostituire il senso di insoddisfazione con quello di sollievo è un modo di salvaguardare delle speranze. Penso che con meno persone come lui in questo mondo, il futuro potrebbe non vedere “nunca más” [1] il ripetersi di storie simili”.

desaparecidos

Per Rodolfo, 62 anni, liutaio di Buenos Aires, i ricordi della dittatura sono ancora vivi: “Se penso alla morte di Videla quella che provo è pena, pena per la società argentina. Videla non è stato un caso isolato, ma solo il rappresentante più noto di una categoria ancora presente in Argentina: i gorillas. Il gorilla è un autoritario, un violento, un maschilista, un discriminatore, un antidemocratico: per visualizzarlo puoi pensare a un leghista in uniforme. La dittatura non è calata dall’alto sulla società argentina, ma al contrario ne faceva parte. Videla è stato appoggiato dalla società civile, economica ed ecclesiastica del tempo, argentina e anche straniera. Tutti a quel tempo hanno fatto affari con la dittatura. L’unico paese che ha davvero aiutato gli argentini è stato la Svezia, che ha accolto moltissimi perseguitati politici come rifugiati di guerra in quel periodo. Il console italiano cercò di aiutarci, per tre mesi e mezzo diede il passaporto italiano a parecchi oppositori del regime per permettergli di fuggire dal paese, ma dopo poco da Roma gli fu imposto di cambiare Paese in cui svolgere il consolato”.

Sono 30.000 i desaparecidos: Rodolfo, c’era qualcuno della tua famiglia?

Lui si commuove, poi ci dice: “Io no, non sono stato preso. Ma tanti miei amici sì. Ero un attivista sindacale e un militante del partito peronista [2], spendevo il 20-30% del mio stipendio per finanziare le attività sindacali, come molti altri. Sono stati giorni di decisioni difficili. I militari ammazzavano gli oppositori, e di quei 30.000 una minima parte faceva parte della lotta armata. Il primo morto fu un generale che si era rifiutato di sostenere il golpe. Il colpo di stato di Videla avvenne alle 22, alle 24 lui fu gettato da una finestra. Il primo detenuto civile a morire fu il Secretario de Prensa y Difusión, che si occupava di gestire tutti i mezzi di comunicazione di stato. Videla personificava il regime, ma non era che la punta dell’iceberg: il golpe del 1976 era stato pianificato da anni e ebbe l’appoggio degli Stati Uniti, che non volevano l’indipendenza economica dell’Argentina e misero in atto l’Operazione Condor, e del Vaticano. Videla era convinto di star combattendo una crociata, per difendere l’Occidente dal comunismo e per fare dell’Argentina un paese “puro”. In quel periodo ho dovuto bruciare dei libri che oggi in Italia puoi trovare normalmente in libreria, se mi avessero trovato con quei volumi mi avrebbero senz’altro ucciso.”

E oggi, cosa resta di tanto orrore?

“Videla è morto e nessuno ne parla. La Chiesa resta in silenzio. I giornali liberisti argentini tacciono. Nessuno è sceso in strada a difenderlo o ricordarlo. Questa è pura ipocrisia. Chi ha sostenuto e ha reso possibile la dittatura ora non ha il coraggio di dirlo pubblicamente. Ma i medici che aiutavano i militari durante le torture, tenendo in vita i prigionieri, hanno ancora il permesso di esercitare, nessuno li ha esclusi dall’Ordine, e un cappellano militare, Christian Von Wernich, che è stato condannato per “lesa umanità” per aver preso parte a sessioni di torture, è in carcere sì, ma ha ancora il permesso di dire messa e di presiedere l’Eucarestia”.

nunca mas

Da questa pagina oscura della storia nazionale, che lezione possono trarre oggi i giovani argentini? Benjamin, 28 anni, studente di ingegneria di Mendoza, ci dice che alla notizia della morte di Videla si è sentito “stretto da un grande contraddizione: da un lato mi sentivo pieno di soddisfazione, ma non per il fatto che fosse morto, ma piuttosto per come è morto. Videla è morto di morte naturale. Una morte che lui negò a tutti quelli che uccise per mezzo della più grande e sanguinolenta dittatura civile-militare che ebbe mai luogo in Argentina. Videla è morto prigioniero, dopo esser stato giudicato e condannato, con tutte la garanzie e la dovuta difesa che la democrazia gli ha assicurato. Un processo che lui negò a tutti quelli che fece torturare e poi uccidere, a tutte quelle che fece violentare o derubare dei figli neonati per consegnarli in altre mani. Videla è morto in un carcere comune. Una di videla 7quelle in cui vanno i delinquenti comuni, senza godere dei privilegi che ebbe per decenni e che distribuì fra quelli che pensavano come lui e che arrivarono a far sparire quelli che avrebbero voluto un paese diverso.

Videla continuò a vivere per assistere alla sua sconfitta. Visse per vedere più di 30 anni di democrazia, questa democrazia che umiliò con ognuna delle sua azioni. Videla visse per vedere rinascere un sistema economico e politico più giusto, più distributivo, questo sistema che per così tanti giorni e notti lavorò per sradicare dall’Argentina. Videla visse abbastanza per vedere una nuova generazione di giovani che, ognuno con la sua ideologia, si impegna politicamente per costruire un’Argentina migliore. Sono le facce dei giovani di oggi a rappresentare  le facce dei giovani di ieri. Quei visi che lui cercò di zittire – e che zittì. Videla ha avuto tempo, quel tempo che rubò a una grande fetta della generazione degli anni ’70. Questa sua maniera di morire magnifica la lotta compiuta dalle vittime e dai loro famigliari che per decenni cercarono di continuare a cercare giustizia e non vendetta.

Ma alla notizia della sua morte, mi sono sentito anche vuoto. Videla porta con sé nella tomba le informazioni necessarie per sapere dove sono quei bambini e quelle bambine che ancora non conoscono le loro vere famiglie. Ha rubato l’identità a più di 400 persone. Videla  se n’è andato portando con sé il nome dei luoghi in cui sono sepolti tutti quelli che, ancora oggi, vengono cercati dai loro famigliari. Nonne, madri, figli e nipoti, che gli chiedevano che dicesse dove si trovano i resti dei corpi, per poter aver un luogo dove andare a piangerli. Videla porta con sé i nomi dei civili, degli impresari, dei giudici, dei preti cattolici che non solo lo appoggiarono, ma che finanziarono il suo odio.

Videla è morto rivendicando quello che ha fatto. Videla non si pentì mai. E per questo che non è possibile riconciliarsi con quella parte della storia argentina, come chiedono e persino esigono i settori più conservatori e reazionari del Paese. Alcuni, quando vennero a sapere la notizia, dissero che era morto l’ex-dittatore. Io non credo che questa sia la maniera appropriata per designarlo. Il prefisso “ex” allude a qualcosa che era e ora non è più. Al contrario, Videla fu, è  e sarà un miserabile genocida”.

Serena Avezza

@twitTagli

[1]Nunca más” (Mai più) è un’espressione che oggi si usa per indicare il ripudio del Processo di Riorganizzazione Nazionale (così si autodefiniva la dittatura) messo in atto da Videla. Il motto ha origine dal titolo del rapporto della commissione internazionale  che indagò sui casi dei desaparecidos.

[2] Juan Domingo Perón è stato presidente dell’Argentina dal 1946 al 1955, quando il suo governo fu rovesciato da un colpo di stato militare. Rieletto alla stessa carica nel 1973, morì l’anno successivo e fu sostituito dalla terza moglie (e vicepresidente) Isabel Martínez de Perón.

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