Califano e Jannacci: appunti post mortem

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Sempre ci piombano addosso i miti di trent’anni fa (ma sempre più spesso quaranta se non di più), e noi a raccoglierli senza farci troppe domande: dando troppe cose per sottointeso, ieri si stava meglio, ieri si facevano le cose per bene, ieri si giocava persino meglio  pallone.

Jannacci e Califano si sono rincorsi nei necrologi, a sottolineare quanta distanza c’è tra loro ed il mondo di oggi; eppure, in un certo senso, ribadendo che quella distanza la si azzera in un secondo. Basta credere sempre che lo ieri sia meglio dell’oggi. E rassegnarvisi.

Sono due figurine in bianco e nero, resuscitate da un mondo dello spettacolo abbastanza arido (ma molto sensibile alle facili note dell’amarcord, per andare sul sicuro nel momento di conteggiare gli ascolti). Si rincorrono, in una drammaticità antitetica che pare una sceneggiatura: il milanese e il romano, l’ironico e il cialtrone, l’intellettuale e il popolano. Una simmetria perfetta, in modo che il pubblico potesse celebrare a stretto giro di posta chi più gli somigliava (meglio: quello a cui più si sarebbe voluto somigliare).

È sempre interessante – quando ci si riesce; e quando non cisi è dentro in prima persona – osservare le pose. Non ci credo, infatti, che molti trentenni avessero tutta questa confidenza con i due settantenni in questione. Al massimo, avevano confidenza con la loro mitologia, che è diverso: con un filtro ulteriore costituito dal racconto e quindi da chi racconta.

Pose, perciò: fatto sta che ognuno elogiava il suo dio di quel secondo. Schematicamente: bassa classe sociale, edonismo post-reganiano (decadente), viveur di più o meno di periferia, e allora Califfo; media classe sociale, occhiali dalla montatura spessa, impegno civico, molta invidia, un po’ di sfiga e allora Jannacci.

Ci sta tutto. Quasi tutto: il bisogno di schiavizzare ogni evento per scolpire il proprio personaggio, ecco quello forse no. È la pattumiera di questi anni ’10, più precisamente la pattumiera dei social. Del resto pure la civiltà più splendente produce rifiuti a secchiate.

Umberto Mangiardi

@UMangiardi

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