Il western e il mito della frontiera

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Negli undici minuti dell’Assalto al treno di Porter (1903), Andrè Bazin docet, “assistiamo al primo incontro di una mitologia (quella western) con un mezzo di espressione ancora adolescente”. Il cinema parlava da poco e già si preoccupava di organizzare spazi e sguardi tra la polvere alzata dagli zoccoli, in saloon pieni di fumo e treni da saccheggiare.  In maniera ordinata si incastonavano, tra i primi balbettii cinematografici, forme e figure di un mito, quello della frontiera, in grado di scompaginare gli orizzonti (ideologici e spaziali) di una nazione che stava crescendo con troppa foga e confusione. Lo storico Frederick J. Turner, nel suo libro La frontiera nella storia americana, parlò dell’ovest (e della sua epopea) come di un concentrato di storia disposta a strati successivi ma interagenti. Uno scompiglio storico in cui, proprio grazie al cinema, impararono a coesistere (tra scomode ed attillate coordinate spazio- temporali) in un affresco quasi surrealista, la preistoria (il bisonte), le popolazioni barbare (gli indiani), le nuove classi dominanti (proprietari terrieri e allevatori di bestiame) e la civiltà industriale (la ferrovia).

django6Il cinema western, equivalente moderno dei romanzi cavallereschi delle chansons de geste, imparò dunque ad imprigionare tumultuosi sconvolgimenti storici sotto l’aurea “sintetica” della leggenda. Una volontà, questa, affermata con forza dall’omerico cantore John Ford nel finale del suo Uomo che uccise Liberty Valance:Quando la realtà diventa leggenda, vince la leggenda”. Ma si trattava di una leggenda che sgorgava tra le falle di un piano strategico ideologico ben definito; un piano in cui Cow boys, pionieri, ranch isolati, sceriffi, sicari, duelli, agguati, indiani, carovane (insomma, situazioni mitologiche ed eroi partoriti ad uso e consumo del pubblico pagante), diventavano modelli iconografici in grado di soffocare armoniosamente gli echi di ragioni (essenzialmente) economiche che vibravano tra le ossa di una nazione in forte espansione (ma sarebbe meglio parlare di Patria, come suggerisce F. Chabod, ossia di quell’insieme dei valori che acquistano rango di dover essere, ed esigono la lotta per la possibilità della loro sopravvivenza, del loro proiettarsi nel futuro).

Sempre secondo Turner  la conquista degli sterminati territori del West prospettavano la nascita di un grande mito progressista in un paese in piena fase di espansione economica. Nasceva una utopia agraria in piena epoca industriale: sbocciava tra le scricchiolanti boomtowns dell’ovest il sogno di un mondo naturale ed armonioso dove la piccola proprietà e la piccola concorrenza si ponevano come basi solide sulle quali strutturare i valori di una nuova e più sana comunità. Non per niente, l’ideale romantico del self-made man e il mito della wilderness, riferito ai luoghi selvaggi cui l’eroe americano guardò come a un dono divino (elementi cardine della pittura statunitense dei primi decenni dell’ottocento), sono elementi ripresi e riproposti in chiave romantica dal genere western. Pensiamo ad esempio all’inospitale presenza di spazi sconfinati (Bazin parlava di un cinema dominato quasi esclusivamente da campi lunghi) in film epici come Ombre Rosse, e alla equivalente rappresentazione di uomini-farmer disposti a tutto pur di dominarli.

In realtà, come nota Gianni Volpi nel suo saggio L’ultima frontiera, il Western ha rappresentato proprio la20129510319_cooper6 glorificazione del mito di un’espansione capitalistica in piena regola: la “gloriosa” avanzata di uomini animati da romantiche pulsioni individualistiche, ben presto assunse l’aspetto di un poetico battistrada inconsapevolmente offerto in dono all’irrefrenabile ascesa dei capitali dell’Est (il west, ora ripulito da indiani, diventava un immenso mercato, valvola di sfogo di plusvalenze e merci). Ecco che allora, personaggi epici come Wyatt Earp di Sfida Infernale, Lewt Mc Canles di Duello al Sole, Tom Dunson di Red River, o ancora Will Kane di Mezzogiorno di fuoco, da impavidi eroi visionari, si trasformano in “fredde” teste di ponte di un capitale che, anche grazie alla ferrovia (Il cavallo d’acciaio di Ford), riesce definitivamente a penetrare nelle lande bonificate dell’ultima frontiera.

E il “Go West, go Young man, go forth into the country” di Horace Greely (1837), da mormorato romantico canto di speranza si trasformò in una gelida sentenza urlata a squarciagola dall’Est industrializzato.

Mimmo Carretta

@twitTagli

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