Walter Hill e il cine-esistenzialismo

i guerrieri della notte - the warriors img1

Mi piace pensare a Walter Hill come ad uno degli ultimi grandi vecchi di Hollywood. Il classico  eccentrico personaggio che ama farsi intervistare di spalle, gambe accavallate e braccia lasciate libere di riposare su scomodissimi braccioli di scomodissime sedie pieghevoli con scomodissime strisce di tela tese sotto il peso della schiena.

walterhillUn simpatico e burbero personaggio che adora spuntare tra gli sbuffi di fumo sparati dal sigaro cubano nervosamente appoggiato sull’angolo ingiallito della bocca. Il classico regista con cui passeresti intere giornate a parlare di piccanti e gustosissimi aneddoti segretamente strappati all’ombra delle palme disseminate lungo le avenue della capitale del cinema. Uno di quelli capaci di  farsi  torturare piuttosto che parlare seriamente del cinema.

Ecco perché, di fronte a una personalità così travolgente e sfrenata, di fronte ad un personaggio che dà quasi l’impressione di essere uscito dalla memoria di un mondo-cinema crollato sotto i colpi di Pixel e immagini sparate via cavo, ecco perché, dicevo, ancora oggi si osa confondere il temperamento di questo artista, con la sua opera, rischiando, in questo modo di enfatizzare in maniera eccessiva la sua ricerca dell’azione, piuttosto che il suo amore per la pura e delicata ricerca della “riflessione” cinematografica.

Una pura e genuina riflessione che emerge all’interno della apparente e vertiginosa eterogeneità della sua produzione.  Una riflessione che spesso si traveste di western anche quando western non è:

“Quando ero bambino ho avuto l’imprinting del western. Li guardavo e riguardavo in continuazione e sono i miei film preferiti ancora oggi. È la narrativa semplice ed elegante ad affascinarmi ed è proprio questa efficace essenzialità che cerco sempre di replicare nei miei film. Un western è una sorta di rivisitazione della società organizzata. È il singolo individuo a dover prendere in mano la situazione per risolvere le difficoltà contingenti, mentre le istituzioni sono lontane. Questo porre l’individuo di fronte ai suoi problemi, a scelte morali non prive di conseguenze anche devastanti, rende il western molto simile al dramma greco. Come genere il western è in declino, ma se hai una buona storia da raccontare lo spazio e il pubblico si trovano.”

Una riflessione che iniziò a fare la sua comparsa al buio di una veranda poco illuminata, quando le mani tremanti del giovane Hill posarono un manoscritto tra le mani sicure, ma non per questo meno “ondeggianti”, del maestro Raul Walsh.  “Ricordo che gli spedii una sceneggiatura e siccome lui era quasi completamente cieco mi rispose tramite una lettera dettata alla moglie. Quando sono andato a trovarlo, riusciva ancora a rollarsi le sigarette da solo, come un vero cowboy!”

Una genuina meditazione che inizialmente “prestò” al genio del suo maestro Sam Peckinpah, perché proliferasse “sottoimages forma” di un mirabolante Getaway.  Una meditazione che quasi per caso fece capolino tra le maglie del successo internazionale scoperto sotto “panciotti” di pelle e le cinte borchiate dei suoi Guerrieri della notte. Un Long seller, pardon, il long seller in salsa pop, inarrivabile ed imitatissimo capostipite di un genere ambientato nello stuprato territorio notturno delle gangs metropolitane: storie di ordinaria sregolatezza infarcite di ritmo, tensione, violenza. Essenziali ingredienti Walterhilliani che se adeguatamente miscelati tra loro, possono accompagnarci verso la ricerca della essenza più intima del cinema. Una ricerca che Hill persegue  da sempre con razionale lucidità e che conobbe parziale completamento grazie al suo sottovalutato I cavalieri dalle lunghe ombre: un western dove una schiera di illustri fratelli-attori (primi fra tutti David, Keith e Robert Carradine) sparavano, sudavano e si rincorrevano al ritmo delle struggenti ed epocali musiche di Ry Cooder.

Ma questa è storia vecchia: oggi Walter Hill è ancora lì, appollaiato sulla sua sedia di tela a rigirarsi la barba nell’attesa di completare la sua cine- esistenziale esplorazione.

Mimmo Carretta

@twitTagli

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