Afghanistan un anno dopo/3: il diario di Alberto Alpozzi

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La Fob opera anche come posto di primo soccorso per la popolazione locale. Il primo presidio ospedaliero è a chilometri di distanza e non è dotato degli standard che può vantare l’infermeria della base. Due uomini arrivano in barella. Il primo, un ragazzo, ha tentato di suicidarsi ingoiando del diserbante chimico. Il secondo presenta ferite da arma da fuoco. Vengono presi in carico dai medici mentre Alberto si limita a fare pochi scatti per rispetto ai due pazienti. Il fotogiornalismo è testimonianza, non sciacallaggio.

206116_4395467319800_1739281618_nIl giorno dopo è tempo di uscire in pattuglia. Oltre i cancelli della base c’è l’ignoto e non è un modo di dire. Fuori dalla Fob tutto può accadere e solo un medavac – un elicottero per l’evacuazione medica – può essere provvidenziale. <La vera missione è ritornare a vedere quello che hai costruito, vedere i progressi – spiega uno dei ragazzi – questo mi fa sentire parte di qualcosa>. È quello che non arriva in Italia, quello che rischia di passare sotto silenzio. Troppo presi a dare solo le notizie tragiche o a scatenare polemiche sul costo delle missioni la gran parte dei media tralascia di raccontare quello che davvero stanno facendo i nostri ragazzi laggiù. Non sono automi in divisa e armati fino ai denti come qualcuno vorrebbe farci credere ma uomini e donne che hanno lasciato le proprie famiglie per andare a ricostruire un paese distante migliaia di chilometri da casa.

La pattuglia arriva al bazar. Alberto viene autorizzato a scendere ma non ad allontanarsi. La pattuglia si muove nel villaggio, sotto lo sguardo incuriosito degli abitanti e soprattutto dei bambini. Mentre il fotoreporter cerca di rompere il ghiaccio con i bambini i militari controllano tutto quello che sta attorno. Particolari che ad una persona inesperta potrebbero sembrare normalissimi vengono invece analizzati con cura. La minaccia può nascondersi ovunque e l’ultima volta proprio in quel posto la pattuglia è stata “attivata” da un attacco con armi leggere, fortunatamente senza conseguenze. Colpisce la condizione di estrema povertà in cui vivono le persone in quel villaggio e che mettono quasi in ombra la povertà che Alberto ha conosciuto qualche anno fa in India.

321097_4373093360465_858539923_n<Arma base – Bomba alla volata – attenzione – fuoco!>. Un boato mai sentito poi una fiammata che illumina a giorno per qualche istante. Il comandante del 9° reggimento Alpini grida <Per Tiziano Chierotti>. Il lancio, con un mortaio, di due “illuminanti” viene dedicato all’alpino caduto un anno fa sotto il fuoco nemico. Nel buio totale, per due volte, si accende un nuovo sole. Un milione e duecento mila candele di potenza. Sono colpi inoffensivi, lanciati per deterrenza e controllo che calano lentamente grazie ad un paracadute. Servono per comunicare ai “vicini” che la guardia non viene mai abbassata. <Spariamo sempre in zone vuote – spiegano – il cestello è pesante e vogliamo evitare danni a persone o cose>. Laggiù, da qualche parte, c’è chi magari sta tramando nuovi attacchi, in silenzio, nell’oscurità.

– continua –

Alessandro Porro
@alexxporro

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