Contro gli inutili test di ingresso

Nel giorno in cui decine di migliaia di maturati sostengono un esame supplementare per iscriversi ad alcune facoltà universitarie, possiamo ribadire che i test di ingresso sono una delle peggiori storture del sistema scolastico italiano.

Non dovrebbero esistere, non dovrebbero essere nemmeno stati pensati: e invece fan bella mostra di loro, a certificare il fallimento di un carrozzone (l’Università Italiana) che genera stagnazione e immobilismo: reale, sociale e economico.

Infatti, nella tipica confusione organizzativa italiana, piuttosto che favorire un iter accademico più snello; anziché costringere all’abbandono una massa di poco produttivi studenti universitari, parcheggiati nel limbo di mille sessioni esami ma assolutamente non lavoratori né piegati da situazioni sfavorevoli di salute; anziché, insomma, fare reale selezione, la soluzione al problema “università ingombre” è: uno sbarramento all’ingresso.

Una soluzione idiota. Idiota nella teoria e idiota nella pratica. Primo, perché i test sono concepiti male: sono questionari dove la miscellanea è la regola, ma non in chiave nozionistica (che già è un’impostazione antiquata); in chiave quizzettone. Alle domande atte a verificare una preparazione almeno propedeutica alla facoltà scelta (quesiti di matematica e fisica), si unisce una ingiustificata e inusitata richiesta di competenze umanistiche ed una sciocca pretesa di attitudini logiche da Olimpiadi di matematica di terza media. Per non parlare delle sciocchezze sull’attualità, con le oramai famigerate “grattachecche” (vergogna! Legioni di luminari messi lì a escogitare i test, talmente calati nella realtà del mondo da utilizzare un termine romanesco per indicare una banale granita) o le domande su quante medaglie aveva vinto Bolt alle Olimpiadi del 2008.

Ora, so bene che un Gramellini qualunque a questo punto scriverebbe:

“Un medico non è tenuto a conoscere Pia de’ Tolomei, ma è più bello/più buono/più umano se ha una cultura umanistica che bla bla bla”.

Il punto, però, non è quello: l’autoerotismo degli umanisti (che conosco bene e che in una qual certa misura pratico, reduce da cinque anni di liceo classico) non è in discussione. Il punto è: la cultura umanistica è necessaria per l’abc della medicina? No, è opportuna: ma l’opportuno è una valutazione morale, e io non voglio che un sistema scolastico sia morale. Soprattutto quando deve preparare dei tecnici.

Infine, le prove di logica, le domande alla “hai una capra, un lupo e un cavolo”: è stato più volte dimostrato dalle neuroscienze che l’intelligenza logico-matematica è solo un tipo di intelligenza. Rain Man contava una dozzina di mazzi di carte al casinò di Las Vegas, ma nemmeno Tom Cruise sotto overdose gli avrebbe fatto fare un’operazione a cuore aperto (e dire che Tom Cruise gli voleva parecchio bene). Perché la logica nuda riceve quest’attenzione, mentre l’intelligenza artistica, o quella gestionale vengono ignorate? Risposta: perché i criteri di questi test sono sbagliati.

Secondo, perché i test sono ipocriti – e quindi, demotivanti. Teoricamente, qualunque studente può affrontare il test di medicina, o quello di ingegneria. Ma la preparazione di licei/itis diversi è giocoforza diversa. Ora: che senso ha preparare cinque anni uno studente se poi la maggior parte di essi è costretta a studiarsi durante un’estate compendi di matematica e fisica? Delle tre, l’una: o i test sono fatti male, o non è vero che le preparazioni delle scuole medie superiori sono equipollenti (come banfa il Ministero da anni), o la stragrande maggioranza degli istituti lavora male, e dunque sarebbe il caso di chiedersi perché.

Terzo, perché premia la cultura dell’episodio rispetto alla cultura del lavoro. Più prosaicamente? Meglio una botta di culo che un lavoro metodico.

Ecco perché demotivante: perché, se tanto devo studiare tutto e in fretta durante l’estate, datemi un buon motivo per studiare giudiziosamente nei cinque anni di liceo. Perché il passaggio del test (a crocette) è influenzato da una miriade di fattori: l’ansia, il mal di pancia, la luna storta, il compito più semplice, lui che riesce a copiare e io no. Il tutto dando per scontato che lo stesso test da Bolzano a Trapani sia svolto col medesimo rigore (non è così, ma facciamo finta); il tutto dando per scontato che la longa manus di famiglie e baronie stia cheta cheta al suo posto (non è così, ma facciamo finta).

Quarto, perché in un paese dove la circolazione delle informazioni è inesistente, dai vertici della pubblica amministrazione al più scalcagnato catasto di provincia, le leggi e le richieste del mercato vengono sistematicamente trascurate. I posti delle facoltà di medicina, di ingegneria, sono fissi, indipendentemente dalla reale richiesta del mercato (oddio, a fare le cose per bene bisognerebbe fare delle proiezioni su cosa il mercato del lavoro richiederebbe trascorsi i cinque anni di studi, ma mi rendo conto che è un concetto fantascientifico): ogni anno ci sono duecento posti qui e trecento lì, e sono posti dettati dalla capienza delle aule! Nessuno calibra la presenza di specialisti sul mercato: potrebbe essere che una nazione ha bisogno di 3.000 medici un anno e di 5.000 l’anno dopo, ma noi no, ne facciamo sempre un numero fisso in base alla capienza delle strutture. Cioè: la realtà a servizio dell’istituzione e non l’istituzione a servizio della realtà.

Nei paesi civili, come la Francia ad esempio, nessuno si è mai sognato di mettere un test all’ingresso di una qualunque facoltà. Ingresso libero, primo anno massacrante con esami da dare necessariamente entro la fine dei corsi. Pochi tentativi a disposizione, dopodiché fuori. In questo modo le persone realmente motivate a rimanere nel corso universitario hanno l’opportunità di programmarsi lo studio e il mantenimento del posto in facoltà è subordinato ad un lavoro metodico, sistematico, preciso.

Vero è che un sistema universitario serio richiederebbe a monte un mondo del lavoro strutturato in modo in cui anche i “non-dottori” hanno la possibilità di trovare un lavoro dignitoso, moderatamente sicuro (no, non “il posto fisso garantito a vita gnè gnè“: basterebbe evitare i contratti di stage decennali; o i rinnovi trimestrali; o i call center) e adeguato.

Ma siamo arrivati a un tipo di richiesta da fare direttamente al Padreterno, nel caso in cui si creda, perché rivolgersi ad una classe politica impreparata e corrotta, coadiuvata (se non coartata: vedasi la Ragioneria Generale dello Stato) da una pubblica amministrazione ottusa, impreparata e corrotta è un atto di fede e fiducia nel sistema che nessuno oramai ha più il coraggio di chiedere.

Umberto Mangiardi

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2 risposte a “Contro gli inutili test di ingresso

    • Molto intelligente, il tuo commento.
      Comunque, per tranquillizzarti: studio giurisprudenza e l’idea di fare il test di medicina non mi ha mai nemmeno sfiorato l’anticamera del cervello.
      UM

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