Capaci di non dimenticare

Vent’anni sono passati da quel sabato pomeriggio. Vent’anni sono passati da quel vile attacco allo Stato e ai suoi più strenui paladini. Vent’anni sono passati dal discorso di Rosaria Schifani, vedova dell’agente di scorta, Vito. Vent’anni passeranno fra otto settimane da un altro vile attacco, quello a Paolo Borsellino.

Quelle immagini resteranno per sempre nella nostra memoria, accanto a quelle della Renault 4 abbandonata in via Caetani o all’orologio della stazione di Bologna fermo alle 10.25.

Quel groviglio di lamiere fumanti, quell’autostrada rivoltata dal vomere di un aratro di odio e morte sono ancora difficili da digerire oggi – soprattutto per chi c’era in quel tragico sabato di maggio del 1992 – ma sono un monito, a imperitura memoria del sacrificio di un eroe vero e uno sprone a non dimenticare quel sacrificio.

Falcone e Borsellino sono martiri moderni, nell’etimologia classica del termine, testimoni e campioni di una giustizia giusta, inflessibile, umana. Il sommesso lavorio della civiltà che risponde al fragore dell’odio.

Accusati, attaccati, sfiduciati, sminuiti, messi da parte hanno continuato sulla loro strada mostrando una rettitudine d’altri tempi, fulgido esempio di integrità in un mondo corrotto e incancrenito dagli interessi e dai sotterfugi. Servitori dello Stato nella migliore delle accezioni possibili. Servitori e difensori di uno Stato idealizzato ed ideale.

Come novelli Socrate, trascinati alla sbarra da coloro ai quali davano fastidio, hanno accettato il loro destino fino in fondo, fino all’ultimo istante consci, come il filosofo, che “Non si deve scappare, non bisogna mai commettere un’ingiustizia nemmeno quando la si riceve”.

Vent’anni fa il loro sacrificio spinse lo Stato ad uscire dall’ambiguità, a rispondere colpo su colpo, a inchiodare i carnefici e gli esecutori materiali se proprio non si potevano inchiodare i mandanti di quelle stragi. Vent’anni fa come oggi lo Stato e le istituzioni annaspavano in un clima di sfiducia generale, incassavano insulti e monetine, spesso anche schiaffi e pugni opposti alla facile retorica tardiva.

Oggi, a 20 anni esatti da quel giorno, abbiamo fatto tanto ma tanto ancora resta da fare. Chi ha premuto i telecomandi è in carcere e vi morirà, condannato dalla giustizia e dalla società civile, dimenticato da sodali ed eredi. Chi ha autorizzato, armato, permesso forse è ancora al suo posto. Dopo anni di silenzio e immobilità le procure però si sono rimesse in moto, con la certosina pazienza che ha contraddistinto l’opera di Falcone e Borsellino, uomini e donne con la schiena dritta stanno cercando di fare luce sulla “trattativa con lo stato”. Forse non si arriverà mai alla condanna dei veri colpevoli ma l’accertamento della verità è un dovere morale nei confronti dei nostri martiri, è il minimo tributo che dobbiamo a uomini come Falcone e Borsellino.

A chi non c’era o era troppo giovane per conoscere e comprendere dobbiamo spiegare, spiegare e ancora spiegare certi come lo era Primo Levi che “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

Alessandro Porro
@alexxporro

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