Ma quanto è figa la morta in foto?

Sospetto che vi sia una aspettativa carnale, e niente di più, nel voyeurismo televisivo ma soprattutto telematico che ha accompagnato l’ennesima strage, quella di sabato a Brindisi. Un desiderio (nel senso più impulsivo del termine) che ha spinto editor diversi, su media diversi, a fare le seguenti cose: copiare dal profilo facebook della vittima le foto, ricercare i video di lei bambina, pubblicare il tutto su canali istituzionali (vedi il sito di Tgcom, la cui operazione è stata efficacemente definita da Luca Bottura, su Radio Capital, “stupro della memoria”) e non, soprattutto creare una marea – una marea! – di diapositive in cui la morta era trascinata per i capelli.

Un’elencazione è talmente parossistica da risultare incredibile, in un climax grottesco: lei, lei in mezzo a rose aggiunte con Photoshop, lei e Simoncelli (!), il volto di lei infilato con Photoshop nelle mani di un’icona di Cristo. Vi prego di credermi anche senza i link.
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L’avvenenza è il più verace biglietto da visita in questi decadenti anni ’10, ed è un biglietto che non viene intaccato da nessuna camera ardente. L’avvenenza per perpetrare la tragedia, e renderla presente e viva anche nei giorni successivi. Niente mi toglie dalla testa che ci sia una matrice sessuale, più o meno latente, più o meno esplicita, in questa proposizione ossessiva di un ovale infantile ma in via di maturazione, angelico eppure teen, con tutto quello che le categorie pornografiche hanno insegnato a una generazione di adolescenti cresciuti con i siti erotici dal libero accesso.
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Io trovo oscena, scandalosa, pecoreccia e pruriginosa questa iconografia puttana che vuole essere casta (semicit.), e pietosa, e compassionevole. Ammantare istinti ai limiti della pedofilia di buone intenzioni è una operazione indecorosa. Ed è indecorosa sia quando viene messa in atto grazie all’ignoranza (le foto sinceramente commemorative), sia quando viene riproposta con intenti parodistici, satirici, citando gli ignoranti per ridere di loro.
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Traduco, a scanso di equivoci: c’è sempre un morto di mezzo, e passeggiare sulla morte è inumano. La caccia al “like” sulla propria pagina è passeggiare sulla morte. E pazienza se questa caccia al gradimento telematico passa attraverso le condoglianze becere o attraverso cervellotiche critiche di tali costumi. La foto della morta è la foto della morta, tanto qui quanto lì; la foto della strage è la foto della strage, tanto qui quanto lì.
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Tutto il resto sono disquisizioni capziose di gente in palese malafede, o in condizione di palese subcultura: sia la prima sia la seconda, in un mondo di costume condiviso e di istruzione accessibile a tutti, sono due colpe. Gravi e imperdonabili.
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Umberto Mangiardi
Post scriptum molto importante: mi sono interrogato a lungo se scrivere questo pezzo, così come mi sono interrogato se dargli questo titolo truce e volgare. Mi sono permesso; spero si capisca che l’ho fatto con onestà. Non ho citato il nome della vittima, né pubblicato alcuna foto sua o del luogo della strage. Perché, almeno qui, non ne abbiamo bisogno.
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