Salutando Alex Del Piero

Avevo 8 anni quando sentii parlare per la prima volta di lui. Tiravo i primi calci al pallone nei pulcini del KL e mi avvicinavo soltanto in quel momento al calcio giocato e alla Juventus. I miei primissimi ricordi in bianconero sono quelli di un poster in cameretta con tutta la squadra. Ricordo ancora il difensore-meteora Julio Cesar, Andreas Moeller, Jurgen Kohler e poi il trio delle meraviglie: Baggio, Vialli, Ravanelli.

Baggio l’avevo eletto a idolo, mi ero fatto fare dal parrucchiere il codino come lui. La prima maglia bianconera è stata la sua. Il calcio ho iniziato a conoscerlo raccontato dai suoi piedi.

In una fredda domenica di dicembre tutto è cambiato. Allora non c’era la pay tv, non c’erano Sky e Mediaset Premium. Anticipi e posticipi non esistevano. Senza voler essere nostalgici più del dovuto le partite si “ascoltavano” a Tutto il calcio minuto per minuto o si vivevano raccontate dagli inviati di Quelli che il calcio. La domenica si consumava tra i risultati che rimbalzavano sullo schermo del televisore e la spasmodica attesa di vedere i gol a 90° minuto.

Quel giorno il risultato era fermo da ormai troppo tempo sullo 0-2 per la Fiorentina. Ormai iniziavo a prepararmi psicologicamente agli sfottò del mio professore di italiano, tifosissimo della Viola. In rapida successione arrivò il fulmineo pareggio di Vialli, premessa ad una di quelle pagine splendide che solo il calcio sa scrivere. Un lancio lungo, alla disperata, per mettere la palla “in the box” come dicono gli inglesi e sui piedi di un maghetto di 20 anni dalla chioma folta, che inventa uno dei gol più belli della storia calcistica. Tre a due e sfottò del professore di italiano evitati in zona Cesarini.

Tutto è cambiato da lì. Quel ragazzino poco più grande di me, con il mio stesso nome, e un cognome destinato a rimanere impresso nel famedio del calcio avrebbe progressivamente scalzato Baggio dal piedistallo sul quale  l’avevo riposto. Ora era lui, Alessandro Del Piero, il mio idolo.

Dopo sono arrivati i “gol alla Del Piero”. Quelle palombelle arcuate e imprendibili che si infilavano nel sette. Borussia Dortmund, Rangers Glasgow, Steaua Bucarest. Una dopo l’altra bucate con lo stesso gol. Pennellate che anni dopo sarebbero valse al piccolo ragazzino veneto l’appellativo di Pinturicchio, affibiatogli da quell’Avvocato che stravedeva per lui.

In 19 anni l’ho visto segnare a tantissime squadre. L’ho visto ammutolire templi del calcio come l’Old Trafford e il Santiago Bernabeu, unico italiano a segnarvi una doppietta. Ho visto stadi tributargli standing ovation che nemmeno ai propri beniamini. Ho visto avversari restare piantati per terra, ubriacati dalle sue giocate. Ho visto un ragazzo fattosi uomo che nei momenti di difficoltà si è posto alla testa della squadra ormai smarrita per guidarla alla vittoria come un condottiero con il suo esercito.

L’ho visto soffrire quando lo richiamavano in panchina e lui avrebbe avuto energie ancora per altre due partite. L’ho visto accettare i 10 minuti finali di una gara che non aveva più nulla da dire. L’ho visto segnare gol decisivi quando è stato chiamato in campo. L’ho visto segnare punizioni bellissime, spesso decisive, che terminavano con l’immancabile linguaccia.

Ho visto un uomo che ha accettato un verdetto sommario senza fare polemica, senza attaccare questo o quell’altro. Ho visto un uomo che ha calcato campi che non aveva calcato nemmeno nelle  giovanili, ho visto stadi di provincia gremiti all’inverosimile anche per vedere lui. Ho visto un uomo di 32 anni diventare capocannoniere della serie B dopo esserlo stato diverse volte della serie A. Ho visto il suo 200° gol. L’ho visto tornare in A e guidare la riscossa della squadra.

Ho urlato per il suo rigore nella finale di Berlino, per il suo gol contro la Germania.

Ho visto un uomo troppe volte dato per finito, bollito, cotto… stupire e zittire puntualmente chi si  è permesso con troppa facilità di parlare a sproposito.

Ho visto un uomo sempre corretto, dentro e fuori dal campo, l’ho visto prendere buffetti e spintoni senza mai rispondere. L’ho visto perdere la calma una sola volta in 19 anni e i polpacci di Campedelli ancora se lo ricordano.

Dopo 19 anni ho visto 40mila persone disinteressarsi della partita, ho visto uomini, donne, ragazzi, bambini in lacrime mentre lui faceva il giro del campo. E li ho capito che era proprio finita.

Fino all’ultimo avevo sperato in un ripensamento, nelle solite dichiarazioni roboanti, in un passaggio dai pantaloncini all’abito, dal campo alla scrivania magari dopo un altro anno di magie centellinate come un vino pregiato. Avevo cercato di prepararmi a questo momento. Molti mi hanno detto “Sì, ma prima Del Piero non c’era”, facile per chi ha visto il prima, i Platini, i Boniperti, i Sivori – non per chi si è avvicinato alla Juve quando iniziava a giocarci Del Piero. Tutto inutile, davanti alla tv trattenevo a stento le lacrime vedendo quelle immagini. La standing ovation più bella per l’eroe più grande.

Solo una cosa mi consola. Un giorno potrò dire “Io ho visto giocare Del Piero” e scusate ma non è poco.

Alessandro Porro

@alexxporro

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